LE IMPRONTE DI NIELE TORONI INVADONO LA GALLERIA ARTIACO

 

Qual è il senso della pittura nel ventunesimo secolo, dopo l’invenzione della fotografia e il passaggio delle avanguardie storiche? Niele Toroni, in esposizione alla galleria Artiaco fino a sabato 8 maggio, suggerisce che al pittore contemporaneo non resti altra via che mostrare la pittura nella sua trama primordiale: l’applicazione di un pigmento su una superficie. L’artista di Locarno espone le sue idee sull’arte nel manifesto del 3 gennaio 1967, firmato insieme a Buren, Mosset e Parmentier, in occasione del Salon de la Jeune Peinture di Parigi. Con toni polemici, il manifesto elencava le qualità e le funzioni che la tradizione attribuisce alla pittura, come l’importanza delle relazioni cromatiche o l’applicazione delle regole compositive, e si concludeva con un deciso “Noi non siamo pittori”. Questo programma ha rappresentato uno dei momenti radicali di quella messa in discussione dello statuto della pittura che caratterizza gli anni Settanta.

Il metodo creato da Niele Toroni, costante dal 1967, è l'applicazione del colore su una superficie piana, ripetendo su un dato supporto delle impronte di pennello n° 50 ad intervalli regolari di 30 cm. Le uniche variazioni percepibili sono quelle del colore e della superficie da dipingere. Attraverso un metodo rigoroso e sistematico, l’artista concettuale rileva l’estraneità della pittura all’espressione della soggettività, la sua assoluta lontananza dalla narrazione di un’esperienza vissuta o dalla rappresentazione di una realtà esterna. Le impronte di Toroni esprimono unicamente la propria materialità, in assenza di qualsiasi gradazione di colore. Nella geometria dei segni s’intuisce un recupero dell’essenza del gesto pittorico, un ritorno al grado zero della sensibilità.

“La mia grande utopia, o se volete, la mia grande sciocchezza – dichiara l’artista di Locarno – è credere che vi sia ancora la possibilità di fare qualche cosa dopo Pollock, senza adoperare forme preesistenti, sia valorizzandole, sia svalorizzandole”.

 

Marco di Mauro