LE PURISSIME VISIONI DI NUNZIO DE MARTINO

 

Una fibrillante riproduzione audio del flusso sanguigno, registrato con il sistema Doppler, costituisce il filo conduttore della personale di Nunzio De Martino, allestita fino al 7 aprile nella galleria Changing Role di Napoli. Artista rarefatto nelle produzioni, ma estremamente sofisticato sul piano formale, Nunzio De Martino esprime in modo icastico una poetica austera, rigorosa, che tende al radicale straniamento degli oggetti e delle situazioni. Protagonista delle sue installazioni è la luce, che si riflette nel candore abbacinante delle pareti e nelle lucide superfici dei quadri monocromi, appena segnati da cuciture e teste di spillo. Sono i segni del nostro passaggio, del nostro incedere tumultuoso e devastante, sono le ferite che oltrepassano la corteccia e incidono il substrato, per affondare nei più intimi recessi dell’anima. Si direbbe che, nonostante il processo di estrema rarefazione della materia, l’artista non sia riuscito a liberarsi delle ferite più profonde, quelle che intaccano non solo il corpo, ma anche lo spirito.

Se l’atmosfera algida e minimalista allude alla purezza dell’anima, una grande tavola rossa, accompagnata dal rumore sordo del flusso sanguigno, rinvia all’energia compressa, alla vita che pulsa, che ti passa accanto e ti invita ad esserne partecipe. C’è un alone mistico nell’opera di Nunzio De Martino, autentico sciamano che investe di significato la materia inerte per farla vivere, come uno specchio in sui si proiettano le sue tensioni ed i suoi turbamenti. Emblematica della sua poetica è l’installazione “Quel che resta della notte”, composta di ventotto tavole accatastate sulla parete e di una tavola appesa in alto, come una Madonna che vigila sulle anime purganti. Sulle tavole sono inchiodati più di settecentomila spilli, il travaglio interiore che si tramanda attraverso i solchi sulla superficie, mentre una coltre di cemento verniciato di nero cristallizza gli spilli in un atto perenne.

La luce innaturale dei faretti, sapientemente dislocati nello spazio espositivo, determina di volta in volta la percezione dei luoghi, generando una rete di riflessi che si muovono insieme al fruitore, non più spettatore passivo di un’opera conclusa e a sé stante, ma direttamente coinvolto nell’installazione.

 

Marco di Mauro