«OTTO ECCELLENNZE» A VILLA VANNUCCHI

 

Resterà aperta fino all’Epifania, nella splendida cornice di Villa Vannucchi a San Giorgio a Cremano, la mostra collettiva «Otto eccellenze a San Giorgio», promossa da Peppe Pappa con il patrocinio dell’amministrazione comunale e la collaborazione del consigliere Pietro De Martino. Vi partecipano otto artisti di qualità, che operano da decenni nel territorio campano: Giustino Calibè, Gioseppe Antonello Leone, Franco Nappi, Peppe Pappa, Carmine Rezzuti, Quintino Scolavino ed Eduardo Zanga, che hanno voluto esprimere «un salutare atto di resistenza» al mercato mondiale dell’arte contemporanea, come scrive Dario Giugliano nel testo in catalogo.

Peppe Pappa presenta un ciclo di opere del 2003, in cui denuncia la degenerazione delle democrazie occidentali in oligarchie, che si identificano con gruppi di potere legati ad interessi privatistici e, non di rado, anti-popolari. Il governo oligarchico, nella rappresentazione di Pappa, assume i connotati di un volto imbiancato, privo di colore politico ma anche di quel colorito roseo che è sinonimo di umanità. Un volto che ha le labbra serrate e gli occhi bendati, perché non vuole vedere né comunicare con i propri elettori.

Il medesimo disagio ispira le pitture astratte di Eduardo Zanga, che delinea geometrie elementari alla ricerca di una forma essenziale, capace di esprimere le tensioni e le energie represse di coloro che non si riconoscono nell’ordine costituito. In «Fuga dal riquadro», una delle opere esposte, Zanga sintetizza il suo desiderio di fuga dal ‘sistema’ attraverso una scheggia di colore che fuoriesce dal riquadro azzurro. Ma la scheggia, invece di approdare in un campo fertile e luminoso, annega pessimisticamente nel buio.

Un sentimento lirico, invece, pervade la pittura di Giustino Calibè, abitata da figure esili, ancestrali, iconiche, che rievocano gli idoli africani, ma anche i famosi ‘xoanon’ sannitici, rinvenuti nella valle dell’Ansanto in Irpinia. Le figure monocrome di Calibè, avulse da qualsiasi contesto materiale e sospese in una dimensione metafisica, non hanno sesso né identità, sono icone dell’umanità in recita solitaria. Esse sono sublimate da una visione poetica, che induce l’artista ad una volontaria sottrazione di colore e di particolari, a favore di un tratto semplice, elementare e stilizzato.

Il processo di sintesi giunge ad esiti astratti nell’opera di Mimmo Longobardi, che riduce la sagoma del corpo umano ad una forma geometrica piana, ritagliata nel metallo. Le sue sculture, in apparenza elementari, racchiudono una carica di energia che sembra implodere nel metallo, provocandone l’ossidazione. La sintesi formale esprime la volontà di degradare la rete di segni di cui si serve la civiltà moderna, per svelare gli archetipi su cui si regge, mentre la ruggine e la corrosione del metallo sono i segni della vita che procede.

Anche Giuseppe Antonello Leone predilige l’uso del metallo per materializzare le sue visioni, il suo immaginario, il suo mondo onirico. L’artista, affascinato da tutto ciò che lo circonda, è in grado di proiettare le proprie emozioni in qualsiasi materiale, nuovo o usato, e di ri-significarlo ripetute volte, nella consapevolezza che nulla è statico, ma ogni cosa è soggetta al divenire. La vita risiede proprio nella continua trasformazione, dentro e fuori di sé, che Leone traduce nell’incessante rifluire delle forme e negli stessi riflessi della luce sulle superfici di metallo.

All’eccitato vitalismo delle sculture di Leone si contrappone il senso tragico delle pitture di Carmine Rezzuti. L’artista materializza la sua inquietudine nell’immagine di una pantera nera, con i denti aguzzi e le fauci spalancate, che inghiotte un suo simile, a sua volta pronto a inghiottire un’altra preda. La pantera è una metafora dell’umanità che, nell’avida e folle corsa al denaro, alla soddisfazione di ogni piacere, finisce per uccidere sé stessa e il suo ambiente di vita. Sono le considerazioni di un artista che, vivendo a Napoli, ha assistito al dilagare della violenza e dell’aggressività in un popolo che si riteneva cordiale.

Anche per Quintino Scolavino, la città di Napoli costituisce una fondamentale fonte d’ispirazione, ma viene depurata di tutti i mali e decantata nella sua naturale bellezza. Così la sagoma del Vesuvio e del Monte Somma diventa il labbro superiore di una bocca carnosa e sensuale. Nella visione dal mare, non siamo in grado di percepire il degrado e il malessere sociale della città, che appare nella sua folgorante bellezza, quale si presentava duecento anni fa ai viaggiatori del Grand Tour.

Il distacco dalla realtà è ancora più radicale nella pittura di Franco Nappi, che rappresenta una galassia alchemica, popolata di forme organiche e para-organiche che si muovono liberamente nello spazio. Il concetto di galassia alchemica ci riporta agli antichi egizi, che credevano nell’esistenza di un secondo sole, invisibile all’uomo, situato al centro della galassia. È Iside, il sole segreto dell`eterno femminino, che partorisce Horus, il sole che splende nel cielo. L’energia di Horus illumina e si spande nell’universo, così come nelle vitalissime composizioni di Nappi.

 

Marco di Mauro