UN ‘MONUMENTO’ PER PACECCO DE ROSA

 

È stato presentato venerdì 6 febbraio, nel sontuoso scenario di Villa Pignatelli a Napoli, il volume monografico "Giovan Francesco de Rosa detto Pacecco de Rosa", a cura di Vincenzo Pacelli, edito dalla Paparo Edizioni. Ad illustrare il volume sono intervenuti: Nicola Spinosa, soprintendente al Polo Museale di Napoli; Andrea Milano, professore di Storia del Cristianesimo; Biagio Di Giovanni, filosofo ed ex rettore dell’Istituto Universitario Orientale; e Monica Brindicci, studiosa di storia del teatro. I relatori hanno rimarcato quelle intime connessioni, cui Vincenzo Pacelli ha dedicato un intrigante capitolo, tra la società, la religione, il teatro e le arti figurative, dimostrando come i soggetti delle opere pittoriche erano spesso ispirati alle commedie più in voga o alle pratiche di culto promosse dalla Chiesa.

La monumentale monografia, provvista di una raffinata veste tipografica e di un eccellente corredo illustrativo, era attesa da tempo per il ruolo centrale svolto da Pacecco De Rosa (1607-1656) nella pittura napoletana della prima metà del Seicento. Pacecco fu al centro di una fortunata vicenda artistica che si venne sviluppando nella bottega del patrigno Filippo Vitale, allievo di Carlo Sellitto, e che interessò un’intera generazione di artisti. Oltre Pacecco, vi furono coinvolti la sorella Diana De Rosa, anch’essa pittrice, i cognati Agostino Beltrano, Giovanni Do e Aniello Falcone, nonché una serie di pittori legati al medesimo ambito culturale, quali Andrea Vaccaro, Giuseppe Marullo, Francesco Guarino e Bernardo Cavallino.

Nella bottega di Vitale, il giovane Pacecco assunse via via un ruolo dominante e, nel corso degli anni, accrebbe la sua formazione culturale con apporti di Stanzione, Reni e Domenichino, affrancandosi dall’insegnamento del patrigno, che a sua volta ne seguì gli sviluppi.

Alla prima produzione di Pacecco, sotto l’ascendente naturalistico di Vitale, risale certamente la Lotta di Giacobbe con l’angelo, in collezione privata a Brescia. Nonostante le aperture stanzionesche, l’eredità del patrigno qui si riscontra nell’ampiezza delle forme, nella robusta definizione dei panneggi e nell’evidenza dei valori plastici. In particolare, la figura dell’angelo presenta chiare affinità, sia nella soda corporatura che nell’ampio panneggio delle vesti, con il celebre Angelo custode di Vitale. L’impianto naturalistico è ancora preponderante nel Compianto su Cristo morto della certosa di San Martino, in cui tuttavia possiamo cogliere l’eco di quel pittoricismo neoveneto che, attraverso Van Dyck, contagiò anche il Ribera e il Maestro dell’Annuncio ai Pastori. Con il San Nicola della stessa certosa, datato 1636, Pacecco approda alla cultura classicistica di Stanzione da cui discendono l’equilibrio compositivo, la politezza e l’eleganza delle forme. Il classicismo di Pacecco volge in termini accademici e puristi, aprendosi all’influsso di Reni e Domenichino, dopo l’Annunciazione della chiesa di San Gregorio Armeno del 1644. Dalla seconda metà degli anni ’40, con il Bagno di Diana e le altre tele di collezione d’Avalos, la sua pittura si connota per la luminosità dei colori, con esiti di eccezionale brillantezza nel San Tommaso della basilica di Santa Maria della Sanità.

L’aspetto forse più innovativo della complessa monografia è costituito dall’analisi dei rapporti tra Pacecco de Rosa e Andrea Vaccaro, testimoniati da precise consonanze stilistiche, nonché dalla riproposizione di caratteri, figure e soluzioni compositive. Ma il nostro pittore attinse a piene mani anche dal caravaggesco fiammingo Louis Finson, come testimonia il sorprendente confronto tra le rispettive interpretazioni della Strage degli Innocenti; nonché da Jusepe Ribera, dal quale apprese quel modo crudo e drammatico di rappresentare il martirio dei santi; e ancora da Artemisia Gentileschi, alla quale era accomunato dall’interesse per la sontuosità delle vesti e degli ornamenti. Quelle stoffe minutamente descritte e plasticamente esibite, che in Vitale erano citazioni naturalistiche, in Pacecco divennero, infatti, preziosismi decorativi arricchendosi di merletti e ricami di pregiato tessuto. Anche le anfore, che sovente Pacecco introdusse come necessari complementi iconografici, per esempio nelle varie redazioni di Loth e le figlie, fanno parte di quell’eredità di Vitale che il figliastro tradusse nei suoi modi eleganti e preziosi.

Alla redazione del volume, che ha impegnato Vincenzo Pacelli per oltre cinque anni, tra indagini e sopralluoghi in Italia e all’estero, hanno collaborato giovani studiosi, impegnati nell’analisi della vicenda critica, nell’indagine delle fonti e dei documenti noti ed inediti, e nella schedatura delle opere che costituiscono la vasta produzione dell’artista. Molte di queste opere sono inedite o appaiono per la prima volta con l’attribuzione a Pacecco de Rosa: è il caso di una redazione di Loth e le figlie in collezione privata, segnalata da Riccardo Lattuada; di una Testa di Cristo conservata al Museo della Città di Ravenna, segnalata da Marco di Mauro; e di molte opere transitate sul mercato antiquario e riconosciute dal Pacelli come autografe di Pacecco.

 

Marco di Mauro