NUOVE PROPOSTE ALLA BIENNALE DI VENEZIA

 

Possiamo non condividere le scelte operate da Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli per il Padiglione Italia della 53^ Biennale di Venezia; possiamo criticare il linguaggio o la poetica di uno dei venti artisti selezionati; possiamo persino criticare il tema dell’esposizione, che si richiama al futurismo quale motore di una creatività estroversa e disinibita; ma dobbiamo riconoscere ai due curatori il coraggio delle proprie idee e l’onestà intellettuale con la quale hanno escluso gli artisti italiani più blasonati, da Maurizio Cattelan a Vanessa Beecroft, privilegiando giovani emergenti come Valerio Berruti e Manfredi Beninati, ai quali vogliamo dedicare questo articolo.

Manfredi Beninati, palermitano, classe 1970, è uno spirito anarchico e anticonvenzionale, che ha sempre contestato il sistema dell’arte e gli apparati politico-economici che lo sostengono. La sua pittura si caratterizza per la sovrapposizione di impalpabili velature ed immagini evanescenti, che annullano la tradizionale distinzione tra figura e sfondo: sono reperti memoriali o visioni oniriche che si addensano sulla superficie, in modo confuso e tumultuoso, nonostante il percepibile sforzo di stabilire un equilibrio compositivo. La superficie non è che una proiezione della mente, con le sue stratificazioni, le sue caligini, i suoi abissi insondabili, in cui la ragione deve soccombere alla tirannia dell’inconscio. Il fruitore è indotto a scavare negli strati pittorici, a rimuoverli uno ad uno, alla vana ricerca di quel nocciolo esistenziale che sfugge alla percezione. La concezione dell’arte che vi è sottesa è certamente quella platonica, che intende l’arte come copia superficiale dell’essere, ultimo gradino della gerarchia ontologica. Infatti la verità, per Beninati, sembra essere una meta inarrivabile, che si fa scudo delle immagini per non farsi conoscere.

Al contrario Valerio Berruti, piemontese, classe 1977, tende a depurare la figurazione, rinunziando a quelli che un tempo erano considerati attributi fondamentali della pittura: il chiaroscuro, la resa plastica, la prospettiva, la definizione dello spazio. Berruti delinea fragili sagome che fluttuano nell’aria, leggere e immateriali, in un delicatissimo processo di sfrondamento, di alleggerimento dell’essere vitale. Sembra che l’artista voglia affrancare la dimensione spirituale dalla fisicità dei corpi, alla ricerca di quei valori che resistono al tempo e alla consunzione, sottraendosi all’ondata di materialismo nichilista che investe la società contemporanea. Dai suoi disegni emerge una sensazione di purezza, di innocenza, di limpidezza, che non appartiene a un ambito concreto, ma si colloca nei territori  incontaminati della poesia. Il disegno è tracciato su una base di calce bianca, con ampie sgocciolature che esaltano la forza evocativa delle immagini. In “La figlia di Isacco”, l’opera esposta alla Biennale, Berruti dispone i suoi disegni in una sequenza video, musicata da Paolo Conte, in cui appare la dolce immagine di una bambina che sale e scende da una sedia. Evidente è il richiamo biblico alla fanciulla di Corazim, figlia di Isacco di Giona, che Cristo fece rialzare dal letto in cui giaceva ammalata.

Proprio queste scelte tematiche, associate ad un linguaggio neo-figurativo, hanno suscitato le critiche dei molti detrattori di Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli, associati ai burocrati della politica culturale fascista. Si è dimenticata, forse, l’intelligenza del ministro Bottai, il quale, evitando lo scoglio di un dirigismo culturale di marca nazista, riteneva che lo Stato non dovesse fissare i canoni di un’arte ufficiale, ma limitarsi a scegliere e commissionare opere. Il pluralismo culturale era assicurato dalla compresenza del Premio Cremona, orientato verso un’arte di propaganda, finalizzata all’apologia del regime; e del Premio Bergamo, che vide la premiazione, nel 1942, di un’opera cubista e sottilmente antifascista: la celebre Crocifissione di Renato Guttuso. La stessa Margherita Sarfatti, la principale biografa di Mussolini, dimostrò un’apertura culturale ed una sensibilità artistica che sono del tutto estranei a tanti moderni curatori, che scelgono gli artisti unicamente in base alla disponibilità degli sponsor e alle quotazioni di mercato.

 

Marco di Mauro