IL PAESAGGIO URBANO DI SCENA ALLA “MEDITERRANEA”

 

Il paesaggio urbano contemporaneo è di scena alla galleria “Mediterranea Arte” di Napoli, che il 5 aprile presenterà la mostra di Sanchez, Mantellini, Viglione e De Curtis. Nelle opere dei quattro artisti, due visioni opposte dello stesso tema: da un lato l’orrore dickensiano per condizioni di vita derelitte e per un degrado che avanza inesorabile, fino alla negazione del concetto di città come luogo di opportunità; da un altro il febbrile ottimismo metropolitano, che ci fa sentire gli attori di una realtà aperta e dinamica, seppure all’orlo di una catastrofe.

Nella sintesi astratta di Roberto Sanchez, il paesaggio urbano supera le sue contraddizioni e diventa un luogo neutro, in cui la forza centrifuga dei piani obliqui, che si rincorrono in un moto perpetuo, è bilanciata dall’unità dello stile. Il dinamismo è un fattore determinante nell’opera di Sanchez, che adotta la base geometrica scatolare non come elemento combinante definitivo, bensì come veicolo di aperture poetico-spaziali. Nell’incessante fuga dei piani, tra accensioni cromatiche e delicati passaggi tonali, l’artista suggerisce l’incertezza di un equilibrio precario, pronto a cadere al primo soffio, ma solo per generare nuovi equilibri. Sanchez presenta i suoi dipinti in duplice veste: allo stato originale ed all’interno di opere fotografiche, in cui gli stessi dipinti sono calati in un ambiente metafisico, che genera una molteplicità di letture.

Nelle inedite pitture di Roberto Mantellini, si legge una progressiva riduzione del paesaggio ai suoi termini essenziali: gli sfondi grigi, spesso solcati da una vampata di colore, esprimono la decadenza di un quartiere industriale, Bagnoli, lacerato da insanabili ferite sociali; i segmenti orizzontali e verticali alludono, in modo sintetico ma incisivo, ai pontili ed alle ciminiere dell’Italsider, ormai integrati nel paesaggio urbano come le palme sulle spiagge di Miami. L’artista vive il paesaggio urbano come luogo interiore e adopera il dato oggettivo per evocare i tempi dell’adolescenza, quando l’Italsider era l’immagine del futuro e la speranza di un posto fisso. I suoi paesaggi, sospesi in una dimensione metafisica, non sono mai statici, ma scorrono via come il tempo che tutto travolge.

Nei foschi dipinti di Sandro Viglione, il paesaggio urbano è un non-luogo avvolto nella nebbia, un lugubre scenario che respinge la presenza umana. Oggetto della sua indagine è l’alienazione della metropoli, nella sua modernità più estrema e inquietante: in primo piano compare il traffico di un’autostrada, un capannone industriale, una raffineria di petrolio, un agglomerato di palazzi anonimi, immersi con talentuosa messinscena in un’atmosfera enigmatica e surreale. Viglione aggredisce la tela con pennellate materiche, ai limiti dell’informale, e sfuma i lineamenti del paesaggio con tocco vibratile e impressionista. Le sue scene evocano suggestioni cinematografiche, da “Profondo Rosso” di Dario Argento a “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders.

La pittura di Salvatore De Curtis è in bilico tra una dimensione gestuale-informale ed una figurativa. Con una gestualità larga e ritmata, una ricerca di sintesi lineare e coloristica, l’artista traduce in forme liriche le cupe atmosfere della periferia. Una periferia addolcita, che giace immobile nel suo torpore e comunica una sensazione di assoluta quiete. I paesaggi di De Curtis vivono in una dimensione interiore ed evocativa, dove le superfici tonali si stemperano e si frantumano in una sorta di impressionismo della memoria. Un ingrediente essenziale della sua opera è la sperimentazione tecnica, basata sull’immissione di materie terrose nella pittura ad olio, per ottenere cromatismi bruni e lucenti.

 

Marco di Mauro