ESPRESSIONISMO ARCAICO E SENSIBILITÀ MODERNA

NELL’OPERA DI PASQUALE SORRENTINO

 

La formazione artistica di Pasquale Sorrentino si è svolta fuori delle accademie, attraverso la frequentazione di qualificate botteghe e laboratori artigianali. Nei primi anni ’90 inizia a scolpire il legno e concepisce figure iconiche, totemiche, dal sapore ancestrale. Le sue sculture combinano l’espressionismo arcaico dell’arte africana e la sensibilità visionaria dei surrealisti in un linguaggio energico e fluido, animato da una cocente spiritualità.

Nella metà degli anni ’90, l’artista avverte l’esigenza di ambientare le proprie sculture entro una sfera d’azione, che può essere un paesaggio o una visione astratta. Allora applica le figure lignee sulla tela dipinta e sperimenta la fusione di pittura e scultura. L’impasto cromatico, denso e materico, acquista un tono scultoreo che rimanda idealmente alle metope classiche.

Esemplare di questa fase artistica è il monumentale trittico dedicato ai continenti, che s’impone per la tensione delle forme e la temperatura dei colori, che sfumano nelle gamme cromatiche del rosso bruno e del blu marino. Nelle superfici increspate e smangiate, nelle rughe che solcano i corpi, nella distorsione di parti anatomiche, l’artista esprime le sollecitazioni del subconscio, il malessere sociale e l’angoscia esistenziale che logora l’uomo contemporaneo.

Nelle opere più recenti, la componente onirica e surreale prevale sulla radice espressionista e primitivista. Allora Pasquale Sorrentino individua una cifra lirica che, attraverso una linea sinuosa e avvolgente, ravvivata da cromatismi caldi e accesi, ricostruisce un universo vivo dell’immaginario. L’angoscia dell’artista non si estingue, ma si esprime attraverso una pittura visionaria, che alterna note d’amarezza e d’ironia. Questa fase del suo cammino artistico può essere rappresentata da “Incontro furtivo”, opera enigmatica e densa di significati. In primo piano vi sono due figure scolpite, dal profilo allungato, che tendono l’una verso l’altra. L’unione tuttavia è preclusa: un filo di ferro imprigiona i corpi e nega loro la possibilità di un contatto fisico, di una relazione intima oltre il gioco delle apparenze. L’ambientazione metafisica e l’assenza di prospettiva vincolano la scena in una dimensione astratta, che sfugge alle categorie spazio-temporali. L’intelaiatura della tela, dipinta al rovescio, assume una valenza architettonica e definisce il confine tra lo spazio reale e lo spazio pittorico. I colori lucidi e brillanti, che nascono dall’impasto di colle viniliche e colori acrilici, denunciano le trascorse esperienze di Sorrentino nei laboratori di ceramica.

Le immagini che l’artista cerca di fissare sulla tela nascono dal torbido agitarsi del suo inconscio, sono larve umane che non riescono a liberare la propria spiritualità, ad esprimere le intime pulsioni che implodono all’interno dei corpi. L’irriducibile opposizione fra la tensione dello spirito e la prigione del corpo si esprime con estrema sintesi in “La sofferenza dell’ultimo Renoir”, scultura icastica e straziante che si contorce entro la cornice libera.

 

Marco di Mauro