L’ESTRO DI PIERO MANZONI CONTAGIA NAPOLI

 

La breve ma intensa carriera artistica di un maestro del Novecento, Piero Manzoni, è di scena al museo Madre di Napoli fino al 24 settembre. La mostra antologica, curata da Germano Celant, aspira a rileggere il percorso creativo di Manzoni attraverso le diverse fasi della sua produzione, dal 1956 al 1963, anno della sua prematura scomparsa. Nelle ampie sale del museo sono riunite circa duecento opere, provenienti da collezione europee e nordamericane, che documentano la sua ricerca pittorica a partire dai catrami e dalle impronte di oggetti fino alle varie tipologie di achromes. Il termine da lui coniato – letteralmente “non-colore” – esprime la distanza che separa il suo lavoro sia dalle istanze irrazionali e gestuali dell’informale che dalla pittura monocroma a lui contemporanea.

Al principio l’achrome è una superficie bianca di gesso o di caolino, assolutamente neutra, che non esibisce alcuna manipolazione della materia. In seguito l’achrome acquista una valenza pittorica, pur mantenendo una distanza radicale dal suo autore: l’artista discioglie il caolino insieme alla colla, lo versa sulla tela e lo lascia seccare, affidando la trasformazione del materiale in opera d’arte ad un processo autonomo e non-intenzionale. Manzoni nega il proprio intervento per approdare ad un’arte impersonale, che non esprime la sensibilità dell’artista, ma il valore primario dei materiali, i quali, attraverso la propria mutazione, producono segni informali che si offrono alla libera interpretazione del fruitore. Dunque l’achrome costituisce uno spazio totale, aperto ad infiniti significati possibili, infinita riproduzione della propria realtà tautologica. A differenza di Klein, Fautrier, Fontana o Dubuffet, i quali intervengono sulla materia con la propria azione gestuale, innestando il proprio sentire sulla materialità dell’opera, Piero Manzoni trattiene il proprio intervento creativo perché l’immagine sia libera di manifestarsi come puro significante. Il suo procedimento è affine concettualmente a quello di Burri o Tàpies, basato sulla non-intenzionalità dell’intervento artistico che sarà teorizzata, più tardi, dal movimento Fluxus.

Un altro versante dell’opera di Manzoni – ben illustrato dalla mostra – ruota intorno al corpo umano quale produttore di segni materici, ai quali si vuole attribuire un valore significante. Così nasce la famosa “Merda d’artista”, confezionata come un prodotto alimentare ed immessa sul mercato al prezzo dell’oro. Con la sua etichetta a caratteri cubitali, la “Merda d’artista” esalta il potere magico dell’autore e al contempo, attraverso la riproduzione seriale, diventa un oggetto impersonale, quasi un numero progressivo, anticipando i temi della pop-art. Manzoni continua la ricerca sui segni prodotti dall’uomo con i “Fiati d’artista”, realizzati gonfiando dei palloncini con il proprio alito vitale. Qui l’artista, spossessato dell’oggetto, eppure memore del suo status eroico di creatore, trova una compensazione della perdita invadendo, con le vestigia del suo corpo, lo spazio tradizionalmente assegnato all’opera d’arte. Un ulteriore stadio di questa ricerca è costituito dal progetto per il “Sangue d’artista”, che Manzoni non poté realizzare per la sua morte prematura, ma che avrebbe influenzato, nel corso degli anni ’60, gli azionisti viennesi.

 

Marco di Mauro