NUOVA LUCE SUGLI ESORDI DI PIETRO SCOPPETTA

 

La fortuna critica di Pietro Scoppetta, il pittore napoletano che più di tutti seppe incarnare gli ideali e l’estetica della belle époque, ebbe inizio appena dopo la sua morte, nel 1920, quando la Biennale di Venezia gli dedicò un’intera sala, suscitando l’ammirazione del pubblico e della critica internazionale. Il successo delle sue brillanti composizioni parigine, però, ha indotto una parte della critica a trascurare la sua produzione più antica, improntata ai modi della Scuola di Posillipo, che il giovane Scoppetta apprese nella bottega di Giacomo Di Chirico. Una produzione della quale abbiamo poche testimonianze certe, a partire della romantica Valle dei Mulini di Amalfi, in collezione Banco di Napoli, che si data tra il 1880 e il 1890. I medesimi caratteri di resa impressionistica del paesaggio, dai toni bruni e terrosi, e di sintetica definizione delle figure, che acquistano carattere e spessore attraverso un sapiente uso del colore, si riscontrano in un inedito Paesaggio appena transitato sul mercato antiquario a Giugliano. La firma di Scoppetta, in questo intenso Paesaggio, trova conferma nella stesura mossa e sensibile, nell’andamento spezzato e irregolare delle pennellate, nonché nella corposità del colore denso e materico, steso sulla tela in modo volutamente disomogeneo. Diverse figurine, sommariamente delineate con rapide segnature e vibranti colorazioni di tocco, animano il paesaggio agreste, identificabile, forse, con uno scorcio della Valle dei Mulini ad Amalfi. In primo piano, come in tutta la produzione di Scoppetta, compare una leggiadra figura femminile, che nonostante la sua connotazione rustica e plebea, manifesta una fierezza, una nobiltà di portamento tale da focalizzare l’attenzione di chi guarda. Ad esaltare la figura contribuisce l’uso di colori accesi, brillanti, che spiccano nettamente sul fondo bruno.

La centralità della donna nella produzione di Scoppetta non è mera conseguenza di una scelta estetica, ma il riflesso di uno spirito romantico e passionale. Il pittore, infatti, ebbe un’intensa vita sentimentale, che culminò in tarda età nella purissima storia d’amore per una giovane e aristocratica allieva. A lei sono dedicate le struggenti poesie della raccolta “Ritmi del cuore”, che Scoppetta volle firmare con lo pseudonimo di Pictor Petrus. Ad ulteriore testimonianza del suo amore per le donne, ricordiamo quanto scrisse nel 1918 il suo amico Roberto Bracco: “Egli depone, in un po’ di pastello o in uno schizzo ad olio, l’emozione della sua anima selvatica davanti all’eterno femminino che, nelle sue infinite espressioni, è veramente l’idolo e il simbolo dell’arte sua. Per lui, come per Jean Jacques Rousseau, les femmes sont la plus belle moitié du mond”.

Pietro Scoppeta, nato ad Amalfi nel 1863, abbandonò gli studi di architettura per dedicarsi alle discipline pittoriche, sotto la guida di Giacomo Di Chirico. Si stabilì a Napoli nel 1891, quando l’ex capitale borbonica era attraversata da vivaci fermenti di crescita culturale, dopo l’epidemia di colera e il controverso Piano di Risanamento, che aveva determinato lo sviluppo di nuovi quartieri borghesi. Proprio allora, Napoli assisteva alla costruzione di rilevanti opere pubbliche, come la Galleria Umberto I e il Palazzo della Borsa, e di eleganti luoghi di ritrovo, come il Salone Margherita e il Caffé Gambrinus, ponendosi a confronto con le grandi capitali europee. In tale contesto, altamente stimolante per un artista in cerca di affermazione, Pietro Scoppetta diede prova immediata del suo talento e partecipò a varie esposizioni organizzate dalla Società Promotrice di Napoli. I soggetti dei suoi quadri erano, essenzialmente, assolati paesaggi dalla stesura cromatica rapida e sicura, in cui la costa d’Amalfi o la Valle dei Mulini facevano da sfondo a pochi personaggi. All’attività pittorica affiancava, per guadagnarsi da vivere, una feconda attività di illustratore, svolta in prevalenza per la “Cronaca partenopea” e “La tavola rotonda”. Nonostante il successo riscosso in Italia (suoi dipinti furono acquistati anche dal re Umberto I e dal principe di Siringano), Pietro Scoppetta avvertì l’esigenza di aggiornare il suo stile mediante lunghi soggiorni a Londra e soprattutto a Parigi. Nella capitale francese si andava formando, tra il 1897 e il 1903, una vivace colonia di pittori napoletani, di cui facevano parte, oltre a Scoppetta, anche Lionello Balestrieri, Arnaldo De Lisio, Ulisse Caputo, Raffaele Ragione e Vincenzo La Bella.

Pietro Scoppetta, affascinato dall’atmosfera belle époque dei salotti parigini, abbandonò la rappresentazione lirica del mondo popolare in favore di una più realistica rappresentazione del mondo borghese. Anche le ambientazioni mutarono radicalmente: non più il paesaggio naturale della costa di Amalfi, ma i brulicanti boulevards parigini, simbolo di una nuova civiltà alla quale si guardava con fiducia e ottimismo. Ritornato in Italia all’inizio degli anni ’10, Scoppetta iniziò a frequentare l’abitazione romana di Pietro Carrara e di sua moglie, la marchesa Maria Valdambrini, con i quali stabilì un rapporto di sincera amicizia. La sua fama, già consacrata dalla Biennale di Venezia del 1920, è stata rilanciata nel 1998 dalla città di Salerno, che gli ha dedicato una mostra antologica con catalogo a cura di Massimo Bignardi.

 

Marco di Mauro