LUCCA RENDE OMAGGIO A POMPEO BATONI, PRECURSORE DEL NEOCLASSICISMO

 

Il volto di un uomo fiero, consapevole delle proprie doti e della giusta fama che lo circonda, appare d’un tratto, solennemente scolpito nel marmo, sul prospetto di una casa borghese in via dell’Anguillara a Lucca. È qui che nacque, il 25 gennaio del 1708, Pompeo Gerolamo Batoni, figlio di Chiara Sesti e dell’orafo Paolino, che l’aveva destinato alla professione di argentiere nella bottega familiare. Ma il giovane Pompeo, che sin dall’infanzia aveva manifestato il suo talento di pittore, non si lasciò influenzare dalle mire paterne e appena diciannovenne, grazie ad una pensione offertagli dalla nobiltà lucchese, si stabilì a Roma per inseguire la sua vocazione. Poco si conosce del suo apprendistato romano, dapprima nella bottega di Agostino Masucci e poi in quella di Francesco Ferdinando detto l’Imperiali, ma la sua propensione verso il classicismo carraccesco e in particolare, verso gli esiti puristi del Domenichino e del Sassoferrato, appare con evidenza già dalle prime opere. Possiamo immaginare il giovane pittore intento a copiare le celebri statue del Belvedere, la Galleria dei Carracci in Palazzo Farnese, gli affreschi di Raffaello nelle Stanze Vaticane e nella Villa Farnesina. Ma l’assidua frequentazione della Farnesina gli procurò la perdita della pensione: i mecenati lucchesi, infatti, non gradirono il suo matrimonio con la figlia del custode della villa. Allora Batoni fu costretto a vendere copie e disegni a viaggiatori di passaggio, a decorare ventagli e a dipingere figurine nei paesaggi di Van Lint, Locatelli, Anesi e Van Bloemen. Tuttavia, sarà lo studio delle “fonti magne” del classicismo romano, piuttosto che l’attività di bottega, a condurre Pompeo Batoni sulla via del neoclassicismo, inteso non già quale elezione dell’antico a modello assoluto di un’estetica rispondente a ragione, secondo la teoria di Winckelmann, bensì quale reazione alle componenti irrazionali e pittoricistiche del barocco in nome dei ritrovati valori classici.

Sono gli anni in cui l’Europa assiste con entusiasmo alle formidabili scoperte di Ercolano, mentre Roma si propone come culla di una rinnovata classicità. Batoni, accanto a Winckelmann, a Mengs e al cardinale Albani, è una delle figure-chiave di questo processo, destinato a imprimere una duratura svolta alla storia dell’arte, e resterà fedele a tale orientamento fino alla morte, che lo colse a Roma il 4 febbraio 1787.

Oggi la città di Lucca, in occasione del terzo centenario della sua nascita, dedica a Pompeo Batoni una grande mostra, allestita fino al 20 marzo nelle magnifiche sale del Palazzo Ducale. Vi sono esposte un centinaio di opere, provenienti da musei e collezioni private di tutto il mondo, che illustrano in modo esauriente la varia produzione dell’artista: dagli argenti prodotti nella bottega paterna, alle pitture di soggetto sacro, storico o mitologico, fino alla straordinaria serie dei ritratti, per i quali Batoni fu il pittore più richiesto dai viaggiatori del Gran Tour. Gentiluomini di tutta Europa, sontuosamente abbigliati con camicie di seta e soprabiti di velluto con bordi di pelliccia e preziosi ricami, erano tutti in fila alla bottega di Batoni per ricevere un suo ritratto. E il pittore lucchese sapeva ricambiare le loro attese con intensi ritratti, da cui trapela, nonostante gli atteggiamenti disinvolti e le pose informali, tutto l’orgoglio e la stima sociale di cui godevano i soggetti.

Ora, per necessità di sintesi, la nostra riflessione sarà incentrata su quattro capolavori che segnano, a nostro giudizio, altrettante tappe del percorso espositivo: la Visitazione della Galleria Pallavicini a Roma; il San Giacomo condotto al martirio di collezione Gutkowski in Sicilia; la Sacra Famiglia della Pinacoteca Capitolina; e l’Allegoria della morte di due figli di Ferdinando IV nella Reggia di Caserta.

La Visitazione della Galleria Pallavicini, dipinta nel 1736-37 per il principe Niccolò Pallavicini, già denuncia l’interesse di Batoni per il classicismo carraccesco, con una propensione per gli esiti puristi del Domenichino, nella quiete del paesaggio, nella delicatezza delle tinte e nella naturalezza dei gesti semplici e calibrati. In particolare, il contadino che lega i polli a sinistra richiama il boia nella Flagellazione del Domenichino nell’oratorio di S. Andrea in S. Gregorio al Celio.

Alla pacata naturalezza della Visitazione si contrappone l’enfasi retorica del San Giacomo condotto al martirio, che proviene dalla chiesa delle Anime del Purgatorio di Messina, dalla quale fu rimosso dopo il terremoto del 1908. Firmato nel 1752, il San Giacomo è un’opera eloquente, monumentale, ricca di pathos, che condensa richiami alla solennità di Raffaello e Annibale Carracci, unitamente alle tonalità calde e dorate di Guido Reni. Di questo dipinto si conoscono vari disegni preparatori, tra i quali si segnala per l’incisività del segno lo studio per un carnefice, proveniente dalla collezione John R. Nabholtz di Chicago.

L’impronta purista del Domenichino prevale invece nella splendida Sacra Famiglia della Pinacoteca Capitolina, appartenuta probabilmente al cardinale Girolamo Colonna. In questo raffinato dipinto, eseguito prima del 1763, Batoni si serve di una tavolozza vibrante di luce, che risplende nel blu di lapislazzuli e nei purissimi incarnati della Vergine e del Bambino. Dal Correggio derivano le tipologie dei volti, la pennellata morbida, la tenerezza degli incarnati, la sofisticata sensibilità luministica e chiaroscurale. Lo stesso Batoni confessò al marchese Andrea Gerini la sua predilezione per il tema della sacra famiglia, perché gli permetteva di esprimere tutte le categorie della bellezza.

Tra le opere della tarda maturità si segnala, infine, l’Allegoria della morte di due figli di Ferdinando IV, eseguita a Roma nel 1780. Il quadro, visto dal marchese De Sade a Portici nel 1875, fu considerato disperso finché, negli anni ’70, Nicola Spinosa lo ha individuato nei depositi della Reggia di Caserta. Il tema è quello della morte prematura, a causa del vaiolo, dei giovani principi Carlo Francesco e Maria Anna di Borbone. La Terra cerca invano di trattenere la piccola Maria Anna, mentre il Regno delle Due Sicilie, rappresentato come una donna armata di lancia e scudo, piange la morte dei due fanciulli. Molteplici sono i rimandi a Raffaello, per esempio nell’allegoria della Terra che ricorda una delle Marie nella Deposizione vaticana, mentre la figura di Maria Anna richiama il Ganimede rapito dall’aquila del Correggio.

Un altro aspetto su cui bisogna riflettere, e che la mostra di Lucca in verità non approfondisce, è l’influenza del Batoni sulle successive generazioni di artisti. Partendo dall’Allegoria della Reggia di Caserta, ad esempio, possiamo rilevare significative affinità tra il principe Carlo Francesco e il Gesù Bambino nel S. Antonio in estasi di Gennaro Maldarelli, conservato nella chiesa di S. Antonio a Caserta. Restando in ambito napoletano, l’influenza del Batoni appare determinante nella svolta neoclassica dell’ultimo Francesco De Mura, quale appare, in particolare, dalla Visitazione di collezione romana pubblicata nel 2007 da Vincenzo Pacelli. Ma l’eco di Pompeo Batoni è vastissima: nei finissimi ritratti di Costanzo Angelini, come nella delicatissima Pietà di Pietro Bardellino, o nei soggetti storici e mitologici di Fedele Fischetti.

 

Marco di Mauro