PROPOSTE PER UNA COLLEZIONE A VILLA DI DONATO

 

Una mostra che non vuol essere una rassegna di quadri, ma un'ipotesi di collezione privata, che arreda, riempiendole di significato, le accoglienti sale di una villa aristocratica del Settecento. Come negli studioli rinascimentali, l'esposizione allestita fino al 30 marzo in Villa Di Donato a Napoli, si lega indissolubilmente, nelle relazioni istituite tra le opere, a prescindere dalla collocazione spazio-temporale, al carattere e alla personalità del curatore Cynthia Penna. A differenza dello studiolo, però, in cui l'umanista realizzava quella condizione di isolamento che riteneva indispensabile per coltivare lo spirito, la mostra si offre generosamente al pubblico come un invito al collezionismo, all'acquisto di opere in cui proiettare se stessi e le proprie ambizioni, senza rincorrere il valzer delle quotazioni, ma l'intuito personale che appaga sempre.

La mostra si apre con un'esplosione di frammenti corporei - le sculture di Simon Toparovsky e Roberto Bricalli - espressione sofferta di uno spirito che vuol evadere dalla materia per accedere alle dimensioni infinite dell'assoluto. Al passaggio dalla condizione immanente a quella trascendente sembra alludere la statua del tuffatore di Felix Policastro, che rievoca l'analogo soggetto dipinto su una tomba di Paestum. L’azione del tuffo appare bloccata in un attimo perenne, collocandosi in una dimensione astratta e atemporale, memore della lezione metafisica di Carrà e De Chirico. L'eco della metafisica si fa più evidente nell'opera pittorica di Emilio Tadini, qui messo a confronto con Mark Kostabi, per quel sentimento di alienazione e di straniamento che però, nell'artista americano, discende dal realismo rarefatto di Edward Hopper. Alla parete opposta abbiamo una composizione astratta di Ariel Soulé, che nella scansione ritmica delle 'impronte' cromatiche, tracce segniche di oggetti smaterializzati, rinvia alle partiture figurative di Carmen Spinola. Il conflitto tra figurazione e astrazione è solo apparente, poiché gli stessi oggetti disegnati dalla Spinola tendono all'astrazione, in linea con la concezione iperrealista del "troppo vero per essere vero".

Segue una composizione astratta di Todd Williamson, associata ad una fugace visione architettonica di Fiorentino. Williamson adotta la geometria per ordinare il caos delle passioni, che tuttavia continua a fluttuare sotto una griglia di linee parallele, la dimensione razionale che sovrasta ma non prevarica l'emotività. Roberto Fiorentino, al contrario, utilizza la prospettiva radente per accentuare lo slancio futuristico delle sue architetture immaginarie, che sfilano come missili lanciati nello spazio.

Di seguito ammiriamo le tele di Cesar Luengo e Bruno Gorgone, che traggono ispirazione dalla natura con risultati diametralmente opposti: lo spagnolo dipinge, con la perizia di un fiammingo, un giardino asettico nella sua perfezione; invece l'italiano opera una sintesi formale e coloristica per esaltare la fresca vitalità della natura.

Il percorso espositivo prosegue col dialogo tra Giorgio Maria Griffa, che presenta un paesaggio romantico e inquieto, memore di John Constable, e Yasunari Nakagomi, autore di un monocromo astratto che sfida la superficie con effetti di eccezionale profondità. Protagonista di entrambe le pitture è il dissolversi della nebbia nell'aria, la nebbia reale che offusca l'orizzonte e quella simbolica che impedisce all'uomo di conoscere la verità.

Seguono le tele di Dao e Mafonso, che esprimono sentimenti analoghi attraverso linguaggi diversi: la sedia iperrealistica di Dao e la stele primitivista di Mafonso sono presenze mute che non trovano altro interlocutore che se stesse. Vi si legge un bisogno di dialogo che muore sul nascere, sepolto dall'incomprensione e dall'indifferenza del mondo esterno.

La nostra visita continua con i dipinti di Claude Weisbuch ed Andy Moses: il francese raffigura un suonatore di contrabbasso risucchiato dal vortice della sua musica; l'americano rappresenta un vortice pittorico, una forza centripeta che incita il pubblico a guardarsi dentro alla ricerca del vero. Sulla stessa parete abbiamo le rigorose composizioni di Marcus Petrus e Luigi Veronesi: il primo adotta l'astrazione geometrica per cogliere il senso primitivo delle cose, oltre l'inganno delle apparenze; il secondo usa la medesima geometria per costruire nitide visioni architettoniche, in bilico tra razionalismo e metafisica. Ad accomunarli è il senso classico della composizione e dell'equilibrio tra pieni e vuoti.

Segue un altro inedito accostamento: da un lato l'opera figurativa di Fujio Nishida, che raffigura dei gomitoli di lana sospesi in atmosfere oniriche; e da un altro le "cellule" di Walter Puppo, disegnate su campiture monocrome che acquistano la densità e la concretezza di corpi organici. Ambedue le opere giungono alla percezione per vie misteriose, attivando sepolti e irrazionali codici di riconoscimento, che possono variare da un soggetto a un altro.

L'esposizione si conclude con una serrata selezione di giovani emergenti, sia italiani che americani, che reggono bene il confronto con i maestri affermati. Si tratta di: Marco Abbamondi, Caterina Arciprete, Maria Anna Barretta, Fabio Borrelli, Steve Burtch, Stefano Ciannella, Daniela Morante, Deborah Salt e Maria Grazia Zamarchi.

 

Marco di Mauro