SIMON TOPAROVSKY ED ARIEL SOULÈ SORPRENDONO NAPOLI

 

Ci sono sensazioni, palpiti, vibrazioni che sfuggono al logorante negoziato tra l’esperienza e la parola, la quale non è in grado di esprimere il logos, non è in grado di suscitare quella “meraviglia” in cui Platone riconobbe la fonte del sapere. Ad un livello superiore si colloca l’arte, che agisce oltre i confini della parola, sulla soglia sottile che rende dicibile quell’ansia, quella tensione che sospinge l’uomo a dare un senso al proprio cammino. Nel segno di questa ricerca si pone la suggestiva installazione di Simon Toparovsky ed Ariel Soulé, in mostra sino al 20 giugno presso la chiesa dell’Incoronata a Napoli. I due artisti hanno realizzato una serie di intrecci plastico-visivi, ispirati ai “Seven Basic Plots” di Christopher Booker: la Rinascita, ovvero il  miracolo del ritorno alla luce; l’Ascesi, ovvero la scoperta di una nuova identità; l’Avventura, ovvero la ricerca del sé; il Viaggio, ovvero la proiezione in una dimensione ignota; il Mostro, ovvero la minaccia da sconfiggere; la Commedia, ovvero il raggiungimento di un equilibrio; e la Tragedia, ovvero il dominio di una passione devastante. Attraverso queste tappe si snoda il cammino spirituale dell’uomo verso la pienezza interiore – quel cammino che i teologi chiamano la “semina del divino” – che può culminare nella Commedia o nella Tragedia, nella quiete dello spirito o nell’estrema soluzione della morte.

Le sculture di Toparoskij sono corpi eterei, quasi impalpabili, avvolti nelle ampie vesti di stoffa che sembrano sottolineare, nei fitti panneggi increspati come le superfici del mare, l’incessante moto dell’anima. Le sue sculture non hanno peso, né consistenza, sono i lirici supporti di uno spirito che vibra, che pulsa, che si agita fino a sconvolgere le superfici. I volti con le labbra serrate e le palpebre calate sugli occhi non parlano e non vedono, ma si offrono in silenzio alla nostra contemplazione. Qui l’artista  esprime una concezione centripeta dell’opera d’arte, che sollecita l’osservatore a scavare oltre la superficie e a guardarsi dentro, per ritrovare la vera dimensione dell’essere.

La pittura di Soulé traduce l’esperienza interiore in un poetico linguaggio di segni, solo apparentemente casuali, in cui si percepisce un profondo senso della composizione e degli accordi cromatici. La libertà delle forme sulle geometriche campiture dello sfondo riproduce l’opposizione tra la ragione e il sentimento, il sensibile e il sovrasensibile, quella dimensione che solo l’arte è in grado di rendere visibile, come insegna Paul Klee. La pittura di Soulé, sospesa tra innocenza e mistero, tra verità e poesia, trae la sua forza dall’armoniosa alternanza di segni geometrici e informali su una tavola vibrante di colori.

Alla mostra, curata da Cynthia Penna, si richiama una conferenza sui “Percorsi dell’arte contemporanea attraverso quelli dell’arte di ieri” che si svolgerà a Napoli il 5 giugno, presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.

 

Marco di Mauro