UN ARTISTA DIMENTICATO DEL XIX SECOLO : RAFFAELE TRONCONE

 

Sono molti i fattori che decretano la fortuna di un artista: la città in cui risiede, la galleria che lo rappresenta, il potere dei committenti e, in ultima analisi, la qualità delle sue opere. Così può accadere, specialmente in provincia, che un artista brillante sfugga alla critica ufficiale e alla letteratura artistica, scivolando nel calderone indistinto dei pittori minori. Un artista che avrebbe meritato, indubbiamente, di essere accolto nel novero dei pittori italiani del XIX secolo è Raffaele Troncone, nato nel 1868 ad Atripalda, in provincia di Avellino, dove si spense nel 1953. Tra le sue opere migliori è un piccolo inchiostro, dal sapiente tratto disegnativo che ferma con immediatezza e senso di verità l’impressione di un Orientale in atteggiamento mistico. Evidente l’ispirazione al maestro Domenico Morelli, che disegnò molte figure di orientali, come quella transitata alla Finarte di Roma il 3 aprile 2008. Il rapporto con Morelli e, indirettamente, con l’esotismo di Mariano Fortuny, si fa ancora più evidente nella splendida Odalisca, che distende le sue membra nude su un soffice giaciglio. Il bianco delle lenzuola e il tenero incarnato della giovane donna si accendono sotto l’effetto di una luce abbacinante, che esalta i toni romantici e sensuali della rappresentazione. Il lenzuolo ha la poetica leggerezza di una nuvola, in contrasto con la bellezza carnale della donna, che rievoca le Veneri rinascimentali di Tiziano. Raffaele Troncone dichiara, in questo dipinto, di accogliere le atmosfere esotiche di Fortuny, transitato a Napoli nel 1874, senza però lasciarsi sedurre dal ridondante pittoricismo decorativo dello spagnolo. Nondimeno, è probabile che l’artista irpino sia stato suggestionato da Francesco Netti, autore di un magnifico nudo femminile, oggi alla Pinacoteca Provinciale di Bari. Qui si rileva un’immediatezza pittorica, una velocità di pennello, una freschezza di rappresentazione che hanno molto in comune col nostro pittore.

Nelle pitture di paesaggio, invece, Troncone trae ispirazione da modelli della Scuola di Posillipo, da cui si differenzia solo per la scelta dei soggetti, afferenti al paesaggio irpino piuttosto che al golfo di Napoli. A Filippo Palizzi rinvia quel sottile equilibrio tra una visione lucidamente realistica ed un sentimento lirico della natura, mentre la liquidità del segno e la stesura calma e distesa rinviano a Pitloo e Gigante.

Nella ritrattistica, infine, Troncone predilige un taglio fotografico, con lieve rotazione del busto e fondale neutro. L’artista aveva sviluppato la pratica del ritratto durante la sua permanenza in America, lavorando presso uno studio specializzato nella produzione di ritratti a pastello e ad olio. Nel vivace ambiente americano dovette apprendere quella vena caricaturale che gli permise, senza rinunziare alla profondità dell’introspezione, di ‘rompere’ l’austerità del ritratto borghese. Allo stesso modo avrebbe agito un altro pittore meridionale migrato in America, il calabrese Tony Pileggi, acuto interprete della società newyorkese.

Oltre che la pittura, Raffaele Troncone coltivò svariati interessi, esercitando la professione di fotografo e curando la gestione della prima sala cinematografica di Atripalda. Uno dei suoi scatti, raffigurante la visita del Duca delle Puglie a Salza Irpina nel 1927, è stato presentato quest’anno durante un comizio elettorale. Ma a rovistare negli armadi dei cittadini di Atripalda, troveremmo centinaia di scatti di Troncone, dai classici ritratti a mezzo busto alle foto paesaggistiche, in cui si evidenzia una tecnica raffinata e una profonda sensibilità alla luce. Se osserviamo, ad esempio, la riproduzione della statua di San Sabino, patrono di Atripalda, vi possiamo scorgere un bel gioco di riflessi, prodotti da una corona di lenzuoli bianchi intorno alla statua.

Sarebbe auspicabile, dunque, l’acquisizione di un’opera di Raffaele Troncone da parte del Museo Provinciale Irpino di Avellino, che dispone di una ricca sezione d’arte moderna.

 

Marco di Mauro