LA CALDA LUCE DI RHEA CARMI

 

Nella cultura ebraica la luce non è un elemento sensibile, ma qualcosa di profondo e ineffabile che attiene alla sfera dello spirito. Nella letteratura giudaica, infatti, il cieco è spesso definito sagi nahor, ‘pieno di luce’, oppure meor enayim, ‘luce negli occhi’. Sembrano due eufemismi, in realtà riflettono una concezione della luce quale metafora del divino, che è presente, come sostanza eterea, in ognuno di noi. Proprio la luce è protagonista dei dipinti astratti di Rhea Carmi, l’artista ebreo-americana che espone a Napoli, nel prestigioso scenario di Villa Di Donato, a partire dal 24 ottobre. È una luce calda e soffusa, che emerge dagli abissi e rianima le macerie del passato per suggerire una via d’uscita, di resurrezione, di riscatto dalla barbarie. E il ricordo corre immediatamente ai campi di concentramento nazisti, all’orribile genocidio che vi fu perpetrato, alla strenua lotta condotta dal popolo ebraico al fine di preservare la propria dignità umana. Le fitte trame di luce e ombra – motivi ricorrenti nella produzione di Rhea – si possono variamente interpretare come sintetiche allusioni alle reti metalliche dei lager, o agli scheletri dei palazzi distrutti, o ancora alle barriere architettoniche e culturali che, ancor oggi in Palestina, dividono i popoli. Tuttavia, il geometrismo delle linee orizzontali e verticali è stemperato dalla passione che ne sfoca i contorni, attraverso quella luce che non indaga, non rivela, ma si sovrappone al buio per voltare pagina, per anteporre l’essere al non essere, la vita alla morte. Il significato delle geometriche partiture di Rhea Carmi è la rappresentazione della storia umana come un percorso tortuoso e accidentato, puntellato da catastrofi e tragedie epocali, che però non si estingue mai, ma si rigenera attraverso la luce che è il principio generatore della vita.

 

Marco di Mauro