I SEGNI ARCAICI DI RICCARDO LICATA AL CASTEL DELL’OVO

 

La suggestiva cornice di Castel dell’Ovo accoglie, sino al prossimo 8 gennaio, la mostra antologica di Riccardo Licata. La pregevole rassegna, curata da Luciano Caramel e Giovanni Granzotto, presenta una serrata selezione di opere del maestro torinese, che ha lambito le principali correnti del secondo Novecento senza mai aderirvi, in nome di un percorso interiore che non vuol essere inquadrato in alcuna tendenza, gruppo o movimento.

Riccardo Licata si orienta, sin dagli esordi nel secondo dopoguerra, verso i territori dell’informale, per assecondare la sua emotività oltre i vincoli della mimesi. Uno dei fattori che determinano la sua scelta di abbandonare la figurazione è l’amore per la musica, il desiderio di coglierne lo spirito e trascriverlo graficamente. Dallo spazialismo di Fontana acquisisce la tendenza a travalicare i limiti bidimensionali della tela per appropriarsi dello spazio; dalla conoscenza di Pollock trae l’esigenza di un’arte gestuale fondata sulla non premeditazione del gesto pittorico. Queste ed altre componenti incidono sulla pittura giovanile di Licata, che dipinge di getto, aggredisce la tela con passione, stende sulla superficie un tumulto di segni informali, in cui si avverte, nonostante l’incontinenza emotiva, un sottile senso del ritmo. Nel corso degli anni Sessanta, nel percorso di Licata si assiste ad una svolta radicale: il passaggio dal caos all’ordine, da un segno impulsivo ad uno più meditato, dalla non-forma di Pollock alla forma pura di Capogrossi. La sua ricerca approda a risultati altamente originali nei primi anni Settanta, in cui definisce la sua cifra stilistica: una danza di segni geometrici ed arcaici, una sorta di alfabeto ideografico che, privato dei nessi significanti, continua a comunicare attraverso la forma. I segni arcaici sono archetipi semantici della cultura umana, che si susseguono sempre diversi e sempre uguali ad ogni latitudine. La stratificazione dei segni riflette il cammino dell’uomo, la sua storia millenaria che ripropone, costantemente, i medesimi contenuti. Tuttavia, nell’opera di Licata, il segno invade la tela con eleganza, armonia, leggerezza, come a voler negare la sua valenza mitica e misterica per dare risalto alla componente grafica. Chi osserva le sue opere è catturato dalla temperatura dei colori, dal senso pregevole della composizione e degli accostamenti, acutamente ricercati con una sensibilità musicale. Le fasce di segni sono liricamente modulate su assonanze e dissonanze, sul ritmo prodotto dalle relazioni di forme pure, che idealmente rimandano a uno spartito musicale.

 

Marco di Mauro