NUOVA LUCE SU SALVATORE CANDIDO

 

Si firmava «Salvatore Candido», ma la sua identità costituisce uno degli interrogativi irrisolti della pittura napoletana dell’Ottocento. Non si conoscono documenti che possano illuminarci sulla sua biografia, il suo nome non compare negli elenchi degli allievi del Reale Istituto di Belle Arti di Napoli, eppure molte opere firmate e datate ci restituiscono l’immagine di un pittore raffinatissimo, che opera a Napoli tra il 1823 e il 1869. Si è pensato, dunque, che Salvatore Candido sia lo pseudonimo di uno dei protagonisti della Scuola di Posillipo e si è proposto di identificarlo con Salvatore Fergola o persino con Giacinto Gigante. Ma un autorevole studioso napoletano, Renato Ruotolo, ritiene che Salvatore Candido sia realmente esistito e possa essere un figlio o un nipote di Francesco Saverio Candido, pregevole ritrattista che operò alla fine del Settecento alla corte di Ferdinando IV e Maria Carolina.

L’incertezza dei dati biografici non ha influito sulle quotazioni dell’artista, anzi l’enigma delle sue origini e della sua formazione costituisce uno speciale motivo d’interesse e di studio per quanti amano la pittura napoletana dell’Ottocento.

La recente scoperta di due inediti di Salvatore Candido, una “Veduta di Napoli dal mare” ed una “Veduta del golfo di Pozzuoli”, offre un contributo rilevante alla conoscenza dell’artista. Le due pregevoli vedute, custodite ad Aversa in collezione Carmine de Pompeis, sono ambedue firmate e datate 1842. L’analisi stilistica permette di riconoscervi elementi propri della gouache napoletana, di ascendenza hackertiana, e del paesaggio romantico di scuola posillipista. Alla maniera di Philipp Hackert rinvia quel fare disteso, analitico, calligrafico, che tende ad una rappresentazione classica del paesaggio, eppure, nella limpidità della veduta, riesce ad esprimere una raffinata e poetica sensibilità. Alla Scuola di Posillipo, invece, rimanda la fine sagacia interpretativa della luminosità e del colore che esalta il paesaggio napoletano. Nei colori smaltati di Salvatore Candido, però, non si rileva quella liquidità del segno, quel tocco vibratile ed impressionistico che costituisce uno dei caratteri peculiari della pittura di Pitloo e Gigante.

Nella “Veduta di Napoli dal mare” sono chiaramente riconoscibili i maggiore edifici della città, dal Palazzo Reale al Castel Sant’Elmo, ma anche le imbarcazioni dei pescatori che ritirano le reti. Il lavoro dei pescatori si svolge nelle quiete, senza affanni e senza concitazione, in un’atmosfera idealizzante che annulla lo sforzo fisico e la lotta per la sopravvivenza.

Invece nella “Veduta del golfo di Pozzuoli” si riconosce, in primo piano, la struttura in opus pilarum del molo augusteo, oggi non più visibile perché inglobato nel cemento. Eppure il molo di Pozzuoli, oggetto di studi e rilievi, descritto e magnificato da poeti antichi, in particolare da Antifilo di Bisanzio, resta uno dei monumenti fondamentali dell’ingegneria portuale romana. Si componeva di quindici pilastri in opera a getto cementata con pozzolana, variamente distanziati e collegati da arcate; la larghezza del molo era di 15-16 metri e la lunghezza complessiva di 372 metri. All’estremità erano l’arco trionfale, due colonne con simulacri di divinità e forse il faro, quali sono schematicamente raffigurati nel vaso di Odemira. La scelta di rappresentare il molo augusteo va letta in relazione alla sensibilità romantica per le rovine, piuttosto che ad un interesse archeologico che nella produzione di Salvatore Candido non troverebbe altri riscontri.

Se l’identità del pittore, dunque, rimane avvolta nel mistero, la scoperta di queste vedute aggiunge tuttavia nuovi elementi per la definizione della sua personalità, del suo stile e della sua poetica.

 

Marco di Mauro