ALLA MOSTRA D’OLTREMARE IL FURORE ESPRESSIVO DI JULIAN SCHNABEL

 

Approda alla Mostra d’Oltremare l’estro creativo di Julian Shnabel, artista e regista americano, reduce dai recenti successi di Francoforte e Madrid. La rassegna partenopea, promossa dalla Regione Campania e curata da Eduardo Cicelyn, riunisce circa cinquanta dipinti in tecnica mista, che offrono una visione esaustiva della sua poetica e della sua ricerca.

Dalla sua affascinante biografia emerge il ritratto di un uomo forte, genio e sregolatezza, “abitante di una metropoli e delinquente di periferia”, come egli stesso ama definirsi. Figlio di un ebreo praghese, l’artista nasce a Brooklyn nel 1951 e trascorre la sua infanzia nell’ambiente chiuso e tradizionale degli ebrei newyorchesi. Tredicenne emigra nelle lande desolate del Texas, presso il confine messicano, dove la violenza regna sovrana e la droga circola come il pane. Nel 1973, ammesso al Whitney Independent Study Program, ha l’opportunità di tornare a New York, dove si mantiene svolgendo i mestieri più vari: dall’imbianchino al commesso, dall’autista al cuoco. Al contempo, il giovane Schnabel si fa notare per il suo temperamento aggressivo: il suo incontro con l’artista Brice Marden, nell’atelier di David Diao, degenera in una rissa. Sono anni cruciali per la sua formazione, che si compie attraverso la conoscenza dei maestri americani ed i viaggi in Spagna, Germania e Italia, dove ammira la pittura di Giotto e Caravaggio.

Il percorso artistico di Julian Schnabel muove negli anni settanta dai territori dell’espressionismo astratto, sotto l’influenza di Barnett Newman e Blinky Palermo. Dal 1978 applica sulla tela frantumi di piatti, coppe e scodelle, usati come tasselli musivi per comporre immagini rilevate, che rifuggono dalla bidimensionalità e invadono lo spazio. La singolare tecnica, ispirata ai fregi di Gaudi nel capoluogo catalano, esprime la volontà di comporre il tradizionale binomio arte-vita, di coinvolgere nella rappresentazione elementi concreti dell’esperienza quotidiana. Nei medesimi anni, l’artista realizza un ciclo di opere figurative, che risentono delle tendenze neo-espressioniste di Jean-Michel Basquiat o Francesco Clemente. A Basquiat dedica nel ’96 un intenso film, in cui pone l’accento sull’immediatezza della sua arte e la sincerità della sua relazione con Andy Warhol.

La pittura di Schnabel è libera, impulsiva, gestuale, è animata da un impeto “selvaggio” che cela, tuttavia, un senso classico della composizione e degli accordi cromatici. Negli anni ottanta e novanta, egli traduce i suoi turbamenti, le sue pulsioni, i suoi slanci emotivi nel linguaggio immediato dell’action painting. Il suo pennello aggredisce e vivifica la superficie – composta dalle incerate dei camion militari – che si tinge di tonalità fosche o sanguigne, secondo il suo stato d’animo. Intanto sviluppa un filone parallelo, basato su una gestualità larga, di lirica ispirazione, con tracce di colore bianco su fondo bruno. Spesso i segni informali sono accompagnati da simboli cristiani o ebraici e da sequenze di parole, come “Ritu Quadrupedis” o “Teddy Bear’s Picnic”. Il pubblico tende a cercare nelle parole il contenuto dell’opera, ma non può superare il muro formale della calligrafia e ne esce disorientato, come di fronte ai moderni sconvolgimenti politici.

Eterno sperimentatore, Schnabel ritorna saltuariamente al figurativo, ad esempio nei ritratti di famiglia del 1993-96, in cui affiorano ricordi del Rinascimento italiano. Le mutazioni di stile sono solo superficiali, essendovi alla base una costante foga espressiva, che riflette l’incontinenza emotiva di un artista geniale, idealista e visionario.

La mostra si snoda all’interno del padiglione dell’America Latina, appena restaurato, che si candida a diventare la nuova Kunsthall partenopea, come ha dichiarato il governatore Bassolino. Il padiglione razionalista, progettato nel 1952 da Capobianco, Marsiglia e Sbriziolo, costituisce un’ideale sede espositiva per la studiata distribuzione degli spazi e delle fonti luminose.

 

Marco di Mauro