La vana/gloria di Sergio Spataro

 

La barba folta e ruvida, i capelli brizzolati che ricadono scomposti sulla fronte, un paio d’occhiali tondi da ragazzo del Sessantotto e quegli occhi spiritati, dall’espressione franca ed energica, che non si stancano mai di scrutare e sviscerare la materia, con l’entusiasmo di un fanciullo alla ricerca di nuove avventure. Sergio Spataro, in mostra dal 21 aprile alla biblioteca Benedetto Croce di Napoli, è un artista eccentrico, irriverente e goliardico, che ha scelto come oggetto della sua indagine l’uomo, nella sua futile vanità e nella sua goffa presunzione. Egli lo rappresenta come golem, il gigante d’argilla della tradizione ebraica, che esegue gli ordini del suo padrone ma non è in grado di pensare o di provare emozioni. L’artista spoglia il golem dei suoi attributi magici e gli fa assumere i connotati grotteschi del “mamozio” napoletano, parodia dell’uomo superbo, avido di potere, che si affanna a costruire la sua torre di Babele. Sergio riesce a stabilire un rapporto fecondo con le sue creature, esaltando la funzione del cambiamento di registro e la consapevole contraddizione tra la serietà dell’oggetto e l’ironia della sua interpretazione.

Nella più recente serie di golem, dipinti su carta d’Amalfi, innesti di foglia d’oro mettono in risalto il volto, il cuore e... i piedi, per sottolineare la necessaria coesistenza di sacro e profano, che si fondono nella duplice natura dell’uomo. L’artista ribadisce, con lo spirito ludico e irriverente che lo caratterizza, che non c’è sacro senza profano, né spirito senza materia. Per la stessa ragione, il golem è spesso raffigurato con il pene scoperto, come gli dei penati, protettori della famiglia e del focolare domestico.

Il golem è ancora protagonista in Abel, un trittico a bassorilievo in lana di ferro. Il “mamozio” è inserito come una divinità nello scomparto centrale, il suo piccolo regno, che tenta di accrescere forzando i margini della cornice.

Ma l’opera più emblematica di Sergio Spataro è Sberleffo: una sorta di maschera apotropaica che, affacciandosi da un sipario, appesa ad un filo come un pupo siciliano, offre al pubblico sgomento la sua lingua tagliente. Qui la maschera non è il falso o l’apparire, ma una modalità dell’essere, la traccia residua di una ricerca compiuta dall’uomo, sin dalle origini della civiltà, per definire e ridefinire la propria identità. Probabilmente in Sberleffo può riconoscersi l’autoritratto dell’artista, che recita la sua parte nel variegato “teatro del mondo”, affollato da golem che lottano per affermare il proprio dominio. La stessa poetica ispira Il guardiano, che ci osserva dalla grata della sua garitta, pensando di tenersi fuori da quel “teatro del mondo” di cui, ineluttabilmente, fa parte.

Sotto il profilo stilistico, Sergio Spataro adotta un codice linguistico essenziale e moderno, fatto di segni bruni, corposi, incisivi che “negano” il supporto per affermare un impellente bisogno di esprimere e comunicare. Ma un ruolo decisivo assume l’innesto di oggetti, testimonianze di vita vissuta, in un processo di contaminazione in cui la vita rifluisce nell’arte e viceversa.

 

Marco di Mauro