SETYO MARDIYANTORO

 

Setyo Mardiyantoro, migrato a Napoli dall’isola di Giava, si serve sapientemente del colore per reinventare le forme della natura, fino ai limiti dell’astrazione. Con un respiro lirico, una sensibilità onirica, un gusto sottile per l’ornato, Setyo dispiega su legno o su batik la sua nostalgia per un ambiente puro, dove l’equilibrio tra l’uomo e la natura non è ancora violato. Il recupero della tradizione giavanese riflette l’estremo disagio dell’artista orientale che, incapace di integrarsi in una metropoli violenta e caotica come Napoli, si rifugia idealmente nella sua terra. Nei momenti più cupi, il suo disagio si traduce nell’accumulo ossessivo di fregi floreali, che invadono la scena fino a coprire il disegno.

La volontà di uscire dal proprio ambito tradizionale e di assumere, almeno in parte, la cultura del paese in cui vive, si traduce nei corpi sensuali di donne europee che emergono dalla vegetazione esotica. Nell’armonia suprema della natura, che avvolge ogni cosa, gli elementi vegetali diventano un prolungamento dell’anatomia oltre l’umano.

L’artista ha raggiunto i suoi esiti più alti nella serie di tavole in monocromo, basate sull’iterazione di un segno organico, che nasce dalla stilizzazione di un uccello indonesiano. Quel segno, nella sua elementare bellezza, racchiude in sé la poetica di Setyo che intende l’ornamento come essenza e non come addizione superficiale.

L’opera di Setyo non può essere giudicata con occhi occidentali, cercando significati ulteriori nel genuino dipanarsi dei segni, o rifacendosi alla condanna dell’ornamento che ha depurato l’arte europea. Per essere partecipi della sua pittura è necessario resuscitare lo spirito dell’infanzia, liberarsi dalle angosce e vivere, attraverso i suoi colori, l’incanto della natura indonesiana.

 

Marco di Mauro