STEFANO BORRIELLO ALLO STUDIO STARACE DI VICO EQUENSE

 

È aperta sino al 30 maggio, presso lo Studio Starace do Vico Equense, la personale del pittore vesuviano Stefano Borriello. Il suo percorso artistico muove dalla lezione di Augusto Perez ed Emilio Greco, passa attraverso l’esperienza delle avanguardie napoletane, dal Gruppo 58 a Geometria e Ricerca, per approdare infine all’analisi della percezione. L’artista traduce l’immagine percepita in elaborazione digitale, che viene successivamente destrutturata da progressivi interventi di accumulo o sottrazione di materiali cromatici (pittura, collage, assemblaggi). Ne risultano calibrate composizioni astratte, in bilico tra essenzialità e rigore formale, in cui l’intervento manuale appare come la prosecuzione di un’elaborazione digitale soggiacente. La tensione tridimensionale, insita nelle linee oblique che attraversano il campo, tradisce la ricerca di valori plastici anche nella bidimensionalità della superficie piana.

I segni grafici o pittorici giungono alla percezione per vie misteriose ed attivano sepolti codici di riconoscimento, meccanismi di empatia che entrano in consonanza con il riguardante per i ritmi di volta in volta concitati o distesi, lineari o ondulatori. Oltre le addizioni e le sottrazioni di materia, che esprimono la ricerca di un potenziale equilibrio per uscire dal caos, s’intuisce uno sguardo in cerca del vero, di quel nocciolo esistenziale che sfugge alla percezione.

L’opera di Stefano Borriello sollecita il pubblico a scomporre gli strati sovrapposti per individuarne la distribuzione e le reciproche relazioni, finché l’opera avrà rivelato il suo percorso di formazione. È come studiare un’icona bizantina che, nel corso dei secoli, è stata velata da restauri, integrazioni, addobbi e corone d’argento.

Stefano Borriello ha inserito i suoi collage in ampie cornici a doppio vetro, che superano le dimensioni dell’opera per suggerire un’ideale prosecuzione del segno oltre il foglio, ovvero per stimolare un dialogo tra l’opera e l’ambiente che l’ospita.

 

Marco di Mauro