STEVEN GONTARSKI  ALLA GALLERIA CHANGING ROLE

 

Le icone di Steven Gontarski, rigide e solenni come le teorie di santi nelle cattedrali gotiche, sono di scena alla galleria Changing Role di Napoli fino al 15 settembre. L’artista americano, classe 1972, manifesta una sensibilità mistica e contemplativa che alimenta un intimo bisogno di assoluto. Con sorprendente duttilità e sapienza tecnica, Steven traduce le sue pulsioni nei dipinti su tavola, come nelle sculture in vetroresina e nelle opere fotografiche.

I soggetti delle sue tavole sono icone contemporanee, dai volti allungati e dai lineamenti nordici, i cui occhi di ghiaccio sembrano fissare l’aldilà piuttosto che il mondo esterno. Sono figure austere che, sebbene ispirate ai ritratti fiamminghi del XV secolo, respingono qualsiasi identificazione per assumere una dimensione sacrale, al di fuori del tempo e dello spazio. L’intensa luminosità dei volti, immobili e impassibili nella loro frontalità, contrasta con il fondo nero, come nei ritratti di Dürer o Memling.

Nei busti di vetroresina, Steven Gontarski mira alla dissoluzione della materia e alla conquista dell’assoluto attraverso la riduzione dei volumi. Stupisce, in queste opere, il contrasto tra la monumentalità della forma, ispirata ai busti imperiali d’età classica, e la leggerezza della materia, definita dalla sintesi di zone di luce e zone d’ombra. Nei busti di Gontarski, i pieni ed i vuoti si alternano lunga una ritmica musicale, con moti levigati e fluidi, che sollecitano il pubblico a volgere lo sguardo oltre la superficie, nei tagli e nelle forature, alla ricerca di un’altra dimensione. In “Prophet Zero II”, il viso è occultato da una maschera col profilo di uccello, che richiama la scultura totemica nordamericana. I lineamenti del busto, esili e sensuali, si situano tra reale e immaginario, tra ideale protoclassico e culto contemporaneo per l’androginia.

Steven Gontarski ha già esposto in alcune delle maggiori gallerie del mondo, come la Saatchi e la White Cube di Londra, la Matthew Marks di New York, la City Opera di Tokyo e la Karin Lovegrove di Los Angeles.

 

Marco di Mauro