I MITI DEL ’68 NEI COLLAGE DI TIZIANA BARACCHI

 

I miti e le speranze di una generazione, quella del Sessantotto, sono di scena al Museo Minimo di Napoli, che ospita la personale di Tiziana Baracchi. Nei suoi collage, che potrebbero ben figurare sulle copertine dei dischi, l’artista veneziana evoca l’era gloriosa dei Beatles, che hanno tradotto in musica gli ideali di una gioventù consapevole, reattiva, determinata a conquistare i propri diritti. Una generazione che ha aperto gli occhi sul mondo, che ha imparato a guardare in avanti e a costruire da sé il proprio futuro. I collage presentano una trama di segni elementari, che oscillano tra l’evocazione del passato e la fuga dalla società capitalista, alla ricerca di paradisi esotici, luoghi incontaminati in cui poter vivere in armonia con l’ambiente. Segni ricorrenti sono la mela, la piramide, le palme, il sole, il compact disk... La mela, frutto poliedrico, rimanda al paradiso perduto di Adamo ed Eva, alla pullulante metropoli di New York, ad una celebre canzone dei Beatles. La piramide allude alla scienza, al progresso, alla ragione che ha permesso all’uomo di emanciparsi dallo stato naturale. Il sole e le palme si associano al ricordo di vacanze felici, oppure al sogno di evadere dalle condizioni alienanti alle quali siamo sottoposti. Il compact disk è molto più che un contenitore di musica: è un formidabile veicolo di trasmissione di idee, capace di cambiare la società e di suggerire nuovi orizzonti.

Il percorso di Tiziana Baracchi testimonia la sua ferma volontà di guardare al futuro: artista multimediale, già alla fine degli anni Sessanta è attratta dall’arte gestuale ed optical. Negli anni Ottanta entra nel network della mail-art e collabora con Giancarlo Da Lio alla costruzione del movimento “Itinerari 80”, che promuove una simbiosi tra arti plastiche e poesia nello spirito di Apollinaire. Nel 1996 firma il manifesto del Movimento Iperspazialista, nel 2003 è nominata ambasciatore della Repubblica degli Artisti e partecipa alla cinquantesima Biennale di Venezia.

 

Marco di Mauro