I CORPI LACERATI DI TOMMASO COMINALE

 

Tommaso Cominale è uno scultore di rara sensiblità e intensità espressiva, che in alcuni tratti rinnova l’eredità di Augusto Perez, suo maestro all’Accademia di Belle Arti. I suoi corpi lacerati, percossi, dilaniati esprimono da un lato la volontà di liberarsi dal peso della materia per innalzare lo spirito, da un altro il dramma di un’umanità oppressa che vuol evadere dal male. Le sue figure, plastiche ed eteree ad un tempo, sembrano implodere dall’interno, animate da una cocente spiritualità, da una tensione estrema, da un’energia repressa che scuote le superfici fino a guastare la forma, a dissolvere la materia. Sono carcasse umane dal ventre cavo, da cui l’anima vuol evadere come una farfalla si libera del suo bozzolo.

Il suo interesse per la figura umana si esplica nei corpi dinamici, contorti, che si agitano nello spazio libero con un moto convulso, come in preda ad una crisi epilettica. Nell’impeto dei corpi s’individua uno slancio liberatorio, una volontà di purificazione e di emancipazione dalla materia.

La coscienza della crisi contemporanea si lega, nella poetica di Tommaso Cominale, alla ricerca di una verità che sfugge ai nostri sensi. Forse la verità risiede nella purezza della forma classica, che l’artista atellano insegue e puntualmente abbandona, dopo aver assodato l’inadeguatezza dell’uomo a rappresentare l’assoluto. Il suo sentire è affine allo scultore polacco Igor Mitoraj, che insegue gli archetipi della civiltà classica e al contempo ne rivela l’utopia, attraverso le statue decapitate di imperatori e divinità.

Tommaso Cominale è un artista problematico: la coscienza della distanza che separa l’arte dall’ideale che vuol esprimere, lo induce ad abbandonare le sue opere allo stadio di modelli in gesso o disegni preliminari. I suoi non-finiti, tuttavia, hanno già la forza espressiva di opere compiute e potrebbero degnamente collocarsi accanto alla Sfinge di Atella, emblema di una civiltà sepolta che si estende nelle viscere di Sant’Arpino, Succivo, Frattaminore e Orta.

 

Marco di Mauro