«ITIN-ERARIO D’ARTE» A VILLA BRUNO

 

Un artista eccentrico e provocatorio, Peppe Pappa, ha lanciato una sfida all’amministrazione di San Giorgio: dimostrare ai cittadini che si può realizzare una mostra di qualità, con artisti emergenti ed affermati, senza disporre di capitali, purché si abbatta la burocrazia e si stabilisca un rapporto di stima e collaborazione tra i soggetti coinvolti. L’amministrazione comunale, sollecitata dal consigliere Pietro De Martino, ha accolto la sfida con entusiasmo ed ha offerto il piano nobile di Villa Bruno per allestire la mostra, che sarà inaugurata lunedì 6 luglio. «Itin-erario d’arte» - questo il titolo della mostra – coinvolge otto artisti: Renato Barisani, Riccardo Dalisi, Ahmad Alaa Eddin, Edoardo Ferrigno, Guido Infante, Franco Massanova, Peppe Pappa ed Eduardo Zanga. Nella scelta delle opere, non si è ricercata una convergenza tematica o stilistica, nella consapevolezza che tutti gli artisti sono accomunati da quella che John Dewey chiamava “the common substance of the arts”, cioè la sensibilità al proprio mezzo espressivo, in cui l’artista proietta, empaticamente, i propri sentimenti e le proprie emozioni.

Renato Barisani presenta due interessanti litografie, nelle quali recupera lo spirito e l’idealità del Movimento d’Arte Concreta di Napoli (1950-54), del quale fu uno dei fondatori. Nell’eccitato dinamismo delle campiture geometriche, definite da segmenti obliqui e ascendenti, si percepisce l’utopia di un progresso civile dirompente, un modello avveniristico di sviluppo, in grado di far emergere dal buio le forze più innovative.

Le sculture metalliche di Riccardo Dalisi, invece, esprimono una gestualità popolare e grottesca, che si esplica in un fluire di forme lamellari, agili e pulsanti. Dalisi respinge la banalità del reale e rappresenta il mondo come lo vorrebbe, popolato di figure vivaci e burlesche, che interagiscono con il pubblico per condurlo in una dimensione lirica e fiabesca. Dietro questa visione, però, si cela la volontà di agire concretamente nel sociale, stimolando la fantasia, l’ingegno e la creatività.

Una sensibilità ludica è presente anche dei dipinti di Ahmad Alaa Eddin, artista di origine siriana che imposta, sulla sostanziale monocromia del fondo astratto, segni grafici e parole corsive che alludono alla propria infanzia. Anche se non siamo in grado di leggere l’alfabeto arabo, percepiamo la serenità del messaggio nel trapasso delle pennellate bianche e celesti, che scivolano sulla superficie e idealmente sconfinano nello spazio esterno.

Al contrario, nelle opere di Edoardo Ferrigno c’è un senso di austerità, di rigore, di razionalità che blocca la composizione entro i suoi margini. La vita è tutta racchiusa in una cornice quadrata che, sospesa ad un filo di ferro, si staglia sul fondo neutro e monocromo. Non c’è comunicazione, né possibilità di dialogo tra il riquadro e lo sfondo, ovvero tra l’io e il mondo esterno che si pongono su due piani completamente diversi.

Più delicata è l’opera di Guido Infante, che impiega un materiale duttile come la ceramica per esprimere, attraverso linee crescenti che sembrano risuonare nello spazio, il senso di una fluidità magmatica e di una materica propensione alla tridimensionalità. Nelle sue ceramiche turgide, impregnate di umori, rivive la tradizione della ceramica di Vietri, che si rinnova e aderisce al presente nel dialogo costante con la sfera antropologica, emotiva e sensoriale.

Anche Franco Massanova delinea forme leggere, espanse, scolpite dalla luce che determina protuberanze e incavi, scivolando fluida sulle campiture monocrome. Le sue forme astratte acquistano, così, la densità e la concretezza di corpi organici e giungono alla percezione per vie misteriose, attivando sepolti codici di riconoscimento. Vi possiamo leggere delle cellule in procinto di duplicarsi o delle sintetiche allusioni al corpo umano, come i moduli della Colonna infinita di Brancusi.

Nei lavori digitali di Peppe Pappa, invece, il corpo umano si manifesta senza veli, nella sua carnale evidenza. Ma la carnalità sembra rifluire in un’altra dimensione, quella dello spirito che lotta strenuamente per affrancarsi dalla materia, riproponendo il dilemma di Faust tra la via dell’immanente e la via del trascendente. Su tutto domina il bianco, il colore dell’anima, il nulla che sta prima della nascita e che si ripropone, inesorabile, alla fine di ogni ciclo.

Una sensibilità più introversa innerva l’opera di Eduardo Zanga, che modella geometrie elementari con legno e materiali di recupero, alla ricerca di una forma essenziale che consenta di sprigionare la tensione e l’energia della materia. La struttura totemica delle sue sculture evoca il misticismo e la forza ieratica delle arti primitive, mentre la sintesi formale esprime la volontà di degradare la rete di segni di cui si serve la civiltà moderna, per svelare gli archetipi su cui si regge.

 

Marco di Mauro