I NUOVI EROI AL PALAZZO DELLE ARTI DI NAPOLI

 

Un tempo esistevano gli aedi, poeti cantori che vagavano per città e villaggi narrando le storie degli eroi, uomini eccelsi, dotati di prodigiose virtù, i quali insegnarono ai popoli le arti della guerra, delle coltivazioni, della scrittura e della giustizia. Invece gli eroi di oggi sono figli del consumismo, opulenti ed effimeri, portatori di falsi valori che la televisione veicola e supporta: sono icone del contemporaneo in recita solitaria, interpreti involontari di un ruolo imposto dalla società. È questo il tema della collettiva “Eroi! come noi...?”, a cura di Julia Draganovic, allestita fino al 26 giugno presso il Palazzo delle Arti di Napoli. Vi partecipano venti artisti di varia nazionalità, che si interrogano sui nuovi eroi, discesi dalle vette della semidivinità e calati nel quotidiano, dove sono irrimediabilmente segnati dall’infera commistione con l’uomo. Gli artisti che, a nostro giudizio, si distinguono per la qualità e l’attinenza delle opere al tema della mostra sono Pierrick Sorin, Hu Yang, Ilya Kabakov e Tom Sanford.

Sorin si ritrae in venti cortometraggi che rivelano aspetti intimi e quotidiani della propria esistenza, azioni banali come leggere il giornale o preparare la colazione, che si ripetono in modo meccanico e irrazionale. Questi racconti senza trama sono proiettati a ritmo accelerato ed a ciclo continuo su venti monitor, in una sorta di labirinto mediatico che coinvolge il pubblico e lo costringe a riflettere. A prima vista, la velocità delle azioni può evocare il cinema comico di Charlie Chaplin o Benny Hill, ma ben presto il pubblico prende coscienza della tragica alienazione del soggetto e il sorriso cede il passo a un sentimento di angoscia, disagio, smarrimento. Il senso della vita si perde nella sequenza di gesti automatici, svuotati del proprio contenuto ideale e affettivo: anche nel cullare il suo bambino, l’artista appare freddo, assente, come un operaio in una catena di montaggio.

Hu Yang ha intervistato e fotografato, nelle loro case, cinquecento famiglie residenti a Shanghai e poi ha selezionato cento scatti, che raccontano con imparziale e scientifica distanza le vite di manager e disoccupati, artisti e studenti, mercanti e operai, tutti presi dall’ossessione del lavoro, dell’imitazione dell’Occidente, dall’ansia di avere un domani. I cento scatti sono corredati da perentorie interviste, nelle quali l’artista chiede ai soggetti quali siano i loro desideri, aspirazioni e tormenti. Dall’indagine di Hu Yang emerge il quadro di una Cina inquieta, in bilico tra ansia di modernità e nostalgia della tradizione, eppure animata da una tenace fede nel progresso, nonostante i drammatici cambiamenti sociali prodotti da una violenta modernizzazione.

Tom Sanford rappresenta, con sagace ironia, quella ostentazione del lusso e del potere che connota il paesaggio americano. I protagonisti delle sue tavole sono i falsi eroi della televisione, della musica e dello sport, che sopperiscono al vuoto interiore con il culto dell’apparire, con lo sfoggio di banconote che “tracimano” dalle tasche. In “Tupac Amaru Shakur”, il protagonista è il noto rapper americano, ritratto come Cristo nella “Deposizione” di Van der Weyden, mentre un agente di polizia gli punta la pistola sul capo, gli amici lo rimpiangono e un produttore discografico lo sorregge, mostrando i dollari che gli avrebbe offerto se fosse rimasto in vita. L’opulenza trionfa ancora in “Supersized Phantasy”, ritratto di un uomo obeso e volgare, che siede su un trono di hamburgers, circondato da bionde e ammiccanti pin-ups che esibiscono maliziosamente i loro corpi.

Ilya Kabakov fu animatore, negli anni ’70, del gruppo dissidente Stretensky Boulevard, che plagiava lo stile della propaganda sovietica per dar vita a una dissacrante parodia del realismo socialista. Egli si distingue dagli artisti sinora menzionati per la sua fede nella concezione classica dell’eroe, che non si abbandona alla finestra del destino, ma aspira a varcare la soglia dell’umano, ad oltrepassare le colonne d’Ercole per esplorare nuovi mondi e nuove dimensioni. In “How to meet an angel”, Kabakov rappresenta un uomo che, asceso al cielo mediante una costruzione che evoca la scala mistica di Giacobbe, tende la mano ad un angelo. Al centro della sua poetica, l’angelo è messaggero di un aldilà, modello assoluto di un essere umano che vuole superare i suoi limiti fisici per elevarsi a una dimensione celeste, ma è anche un simbolo di pace che rinvia alle canzoni di Bob Dylan e alla controcultura americana degli anni ’70.

 

Marco di Mauro